Meditazione
Perfezionismo: cosa nasconde e perché ti fa rimandare
23 ottobre 2026 · 11 min di lettura

Puntare in alto o temere di sbagliare: quale faccia del perfezionismo ti tiene fermo secondo gli studi, e da quale gesto piccolo si ricomincia.
Il perfezionismo nasconde soprattutto la paura di sbagliare e di essere giudicato, e per questo può farti rimandare proprio ciò a cui tieni. È la tendenza a pretendere da te risultati senza difetti e a giudicarti con durezza quando non arrivano. Ma finché non inizi, finché non ci provi, nessuno può giudicare il risultato, nemmeno tu.
E tu ci tieni davvero: a farcela, a raggiungere finalmente quell'obiettivo, quel cambiamento in cui speri e per cui ti metti in discussione tante volte. Ti sarai chiesto più di una volta come mai proprio le cose che ti stanno più a cuore restano le ultime a partire. Le ricerche indicano una risposta: nel perfezionismo convivono una spinta che ti porta avanti e un freno che ti trattiene, e conta quale dei due prevale.
Lo mostra uno studio del 2017 di Fuschia Sirois e colleghi [4], che ha messo insieme decine di ricerche su circa diecimila persone. Chi punta in alto, senza troppo paura di sbagliare, tende a rimandare meno. Il tuo standard alto, quindi, può essere già una risorsa.
A frenare, secondo i dati, sembra essere l'altra parte, quella fatta di paura di sbagliare, di timore del giudizio e di quella voce interiore che ti critica a ogni errore. Lo studio mette in evidenza semplicemente un legame: ci dice che queste cose si presentano insieme, ma non che una causi l'altra.
E perché la paura di sbagliare fa rimandare? Perché rimandare dà sollievo: finché il compito resta fermo, non rischi di sbaglierlo. Lo avevano già descritto nel 2013 Fuschia Sirois e Timothy Pychyl, in uno studio sul rinvio in generale [7]. Il prezzo, però, si paga dopo, e cresce ogni giorno che passa.
A volte quel prezzo ha un nome preciso. Sul desktop c'è un file che si chiama «lettera_presentazione_v7». La prima versione l'hai scritta a marzo, per un posto che ti interessava davvero. Da allora l'hai riaperta ogni tanto: hai cambiato un aggettivo, spostato un paragrafo, riletto l'annuncio. L'annuncio, intanto, è scaduto.
Se qualcuno ti chiedesse perché non l'hai mandata, risponderesti in buona fede: non era ancora come doveva essere.
Se in quel file hai ritrovato qualcosa di tuo, o in un discorso che rimandi da mesi, non sei l'unica persona a cui succede. Quell'attesa, a guardarla bene, ha un senso: è un modo di proteggere ciò che ti sta a cuore. Qui sotto trovi, con calma e senza giudizi, cosa c'è dietro e da dove si può ricominciare.
La stessa attesa, nella vita di ciascuno, prende forme diverse. C'è chi da un anno prepara il discorso da fare al partner su come vanno le cose tra loro. Lo riscrive in testa in macchina, sotto la doccia, prima di addormentarsi, in attesa delle parole giuste, perfette. Intanto, tra loro, tutto resta esattamente com'era.
C'è chi invece ha un progetto nuovo, un'idea di lavoro valida e tutta sua. Ha già realizzato il logo e l'ha rifatto addirittura tre volte, ma l'idea non l'ha ancora proposta a nessuno. E c'è chi sa da due anni e più di dover alzare i prezzi, ma aspetta di avere un sito più presentabile per comunicarlo ai clienti.
Viste da fuori, queste situazioni sembrano calma, o addirittura lucidità con cui si valutano le cose. Viste più da vicino, nascondono un rumore continuo: lo dovrei fare, ma adesso non è il momento. Quando arriverà il momento giusto lo farò, e dovrò farlo alla perfezione.
Così, in ognuna di queste scene, chi le vive finisce per darsi la colpa due volte. La prima per non aver trovato il coraggio di iniziare, la seconda per non essere il tipo di persona che lo fa.
Il costo di quel perfezionismo arriva piano piano, un poco alla volta. È l'annuncio che scade, il discorso che diventa più difficile ogni mese che passa, l'idea nata da te che qualcun altro realizza prima. Intanto dentro cresce la convinzione che le cose importanti siano sempre un po' più lontane dal punto in cui ti trovi. E la capacità di farle bene, che hai, resta ferma in attesa di un primo passo.
In vent'anni trascorsi ad ascoltare le persone, ci siamo accorti che chi rinvia una decisione importante dice quasi sempre: «Rimando perché voglio farlo bene». Molto più di rado: «Rimando perché ho paura». È la particolarità del perfezionismo: si maschera dietro una qualità.
Ed è proprio per questo che è difficile riconoscerlo: volere le cose fatte bene sembra un pregio, e spesso lo è. Chi lo vive ha, quasi per definizione, standard molto alti, e spesso sono proprio quegli standard ad averlo portato lontano. Per questo vale la pena capire cosa c'è dietro quel «voglio farlo bene», e in quale punto quella forza ha smesso di spingerti avanti e ha cominciato a trattenerti.
Cos'è il perfezionismo: quando è sano e quando fa soffrire
Il perfezionismo può essere sano quando ti spinge a puntare in alto, e si trasforma in sofferenza quando diventa paura continua di sbagliare e di essere giudicato. In uno dei modelli più usati in psicologia, sono due facce della stessa medaglia, che possono convivere nella stessa persona.
Questa distinzione l'hanno messa in ordine Joachim Stoeber, dell'Università del Kent, e Kathleen Otto, in una revisione del 2006 [1]. Hanno chiamato la prima faccia «aspirazioni perfezioniste» e la seconda «preoccupazioni perfezioniste». Secondo gli autori, le aspirazioni rivolte a sé stessi «sono positive, se i perfezionisti non sono eccessivamente preoccupati degli errori e delle valutazioni negative degli altri».
Volere un lavoro fatto bene, dunque, di per sé aiuta ed è stimolante. Le difficoltà nascono quando ogni singola imperfezione diventa una prova contro di te. Gli studi raccolti nella revisione misurano legami: descrivono come le due facce si presentano, senza stabilire un rapporto di causa ed effetto.
È proprio da qui che conviene partire. Il tuo standard alto può essere una risorsa. Il lavoro sta nel liberarlo dalla paura che lo accompagna, così che torni a essere una spinta in avanti invece che un freno.
Torna, per esempio, al file della lettera. La voglia di scrivere una buona lettera ti ha portato fino alla prima versione. Le sei successive, più che dall'attenzione alla lettera, sono nate dalla paura di quello che penserà chi la legge.
Manie di perfezionismo: come capire se sei perfezionista
Le manie di perfezionismo si riconoscono da gesti che si ripetono: rileggere più volte, rifare da capo, non cominciare finché non c'è il tempo di fare tutto bene. Eccone alcuni esempi.
- Rileggi una mail importante tre volte, e alla fine la mandi il giorno dopo, quando ti senti più sicuro.
- Rifai da capo un lavoro quasi finito per un dettaglio che noti solo tu.
- Non cominci una cosa se non hai il tempo di farla tutta e bene, e così aspetti un pomeriggio libero che spesso non arriva mai.
- Chiedi un parere a più persone prima di decidere, e ogni parere in più ti lascia ancora più incerto.
- Quando ricevi un complimento sul lavoro, ti viene subito in mente il punto che non ti convince.
Nessuno di questi gesti, preso da solo, è un problema. Possono diventare un segnale, un campanello d'allarme, quando si ripetono e ti costano tempo, decisioni e serenità. Riconoscerli è già un primo passo: ogni gesto che noti è un punto in cui puoi scegliere di fare diversamente.
Pensa alla mail riletta tre volte, che di solito resta aperta fino al giorno dopo. Questa volta la rileggi una volta e premi invio prima di cena. Dopo dieci minuti arriva la risposta: «Perfetto, grazie». La virgola che ti preoccupava non l'ha notata nessuno.
Cosa nasconde il perfezionismo?
Il perfezionismo, nella forma che crea disagio e sofferenza, nasconde soprattutto la paura di sbagliare e la paura del giudizio, a cui spesso si aggiunge una voce interna molto severa. Le prime due compaiono già nel modello di Stoeber e Otto.
La paura di sbagliare è la più visibile. Per chi la vive, un errore dice qualcosa sulla persona intera: «ho sbagliato» diventa in fretta «valgo poco». Per questo anche una scelta piccola sembra un esame.
Lo stesso bisogno di fare bene, staccato dal giudizio su chi sei, può diventare attenzione e cura. È lì che il perfezionismo può lavorare per te: nei dettagli che curi, nella parola mantenuta, nel lavoro consegnato con orgoglio.
La paura del giudizio, invece, è più subdola e nascosta, e ci aiuta a descriverla un altro modello. Nel 1991 gli psicologi canadesi Paul Hewitt e Gordon Flett hanno descritto, con un questionario costruito apposta, tre forme di perfezionismo [2]. C'è quello che pretendi da te, quello che pretendi dagli altri e quello che senti pretendere dagli altri verso di te.
Quest'ultimo è stato chiamato «socialmente prescritto»: è la sensazione che gli altri si aspettino da te la perfezione e ti giudichino con severità quando non arriva. La ricerca descrive come si manifesta il perfezionismo, ma non ne spiega le origini.
Nella strada che proponiamo, dare un nome a questa pressione può essere già un primo passo. Può aiutarti a distinguere quello che vuoi tu da quello che pensi si aspettino gli altri, e a scegliere su quale dei due misurarti.
Torna all'idea di lavoro di prima, quella con il logo già rifatto tre volte. Di solito la tieni per te, quasi in segreto, e la proteggi finché non è davvero completa. Questa volta, in una riunione, decidi di presentarla anche se è a metà: «È ancora grezza, però...». Un collega aggiunge un pezzo che da solo non avresti trovato, e per la prima volta l'idea prende forma anche fuori dalla tua testa.
Poi c'è l'autocritica, ed è forse la parte che si sente di più. È la voce interiore che commenta tutto quello che fai, e quasi mai per dirti che è andata bene.
Se la vivi, la conosci. Hai finito una presentazione e tutti ti fanno i complimenti, ma tu ripensi solo alla slide in cui hai perso il filo. In macchina, tornando a casa, la rivedi tre, quattro volte. Prima ti senti in imbarazzo, poi arrabbiato con te stesso, poi solo stanco.
Quella voce usa parole che non useresti mai con un amico: «Sei il solito», «Possibile che tu non ci riesca?», «Lo sapevo che avresti sbagliato». E spesso, più che sull'errore, il colpo arriva su di te. Da fuori nessuno se ne accorge, ma dentro è come avere accanto un giudice che non va mai in pausa.
Nel 2003 gli psicologi canadesi David Dunkley, David Zuroff e Kirk Blankstein hanno chiesto a 163 universitari di compilare un breve questionario ogni sera, per una settimana [3]. Chi aveva un perfezionismo molto autocritico reagiva con più emozioni negative alle situazioni che sapevano di fallimento, di perdita di controllo o di critica. E tendeva più spesso a evitare i problemi, invece di affrontarli.
Erano studenti universitari, seguiti per una sola settimana, e lo studio mostra legami senza dimostrare cause. Nella nostra lettura, però, descrive bene un meccanismo: quando un errore fa così male, evitare la situazione diventa il modo più semplice per non sentirlo.
Ed è qui che l'autocritica si lega al rimandare. Se ogni passo falso ti costa una serata di rimproveri, non fare il passo sembra la scelta più prudente.
Quella voce, però, ha una qualità che vale la pena tenere: ti permette di accorgerti degli errori. La strada che proponiamo, quindi, è darle un compito diverso. La stessa attenzione, usata per correggere invece che per punire e giudicare, diventa una vera competenza: sapere dove migliorare e intanto andare avanti.
Un modo semplice per cominciare è chiederti: «Lo direi così a una persona a cui voglio bene?». Se la risposta è no, prova a dirti la stessa cosa con le parole che useresti con lei. L'errore resta lo stesso, ma cambia il tono con cui lo guardi, e con il tono cambia la voglia di riprovarci.
Se ti riconosci in questo ritratto, forse quella severità fa parte di te da sempre. In alcuni momenti della vita ti è anche sembrato che funzionasse: i bei voti, una buona posizione di lavoro, qualche figuraccia evitata. Ti ha portato fin qui, ma con un bagaglio pesante di giudizio e di critiche verso te stesso. Prova a pensare quanto in alto, e quanto più avanti, potrebbe portarti se le affidassi un compito diverso.
Pensa a una sera in cui ti accorgi di aver sbagliato un numero in un preventivo. Di solito ripasseresti la scena fino a mezzanotte, e la voce severa avrebbe parecchio da dire. Questa volta mandi la correzione con due righe di scuse e chiudi il computer. Così l'errore resta un errore, e la serata non va sprecata.
Da dove nasce il perfezionismo? Le cause
Le cause del perfezionismo sono diverse e spesso si intrecciano. Contano la storia personale, l'ambiente in cui si è cresciuti e il modo in cui impegno ed errori venivano accolti in famiglia o a scuola.
A queste si aggiunge il contesto sociale e culturale in cui viviamo oggi. È una società che chiede di essere sempre all'altezza: raggiungere nuovi obiettivi, fare di più, farlo in fretta. Una richiesta così continua può alimentare la spinta a non sbagliare mai.
Una parte della pressione che senti, quindi, arriva anche da fuori e si somma alla severità che hai verso te stesso.
Saperlo ti restituisce un potere: scegliere se adeguarti a quello standard e a quel ritmo, oppure decidere tu quanto chiedere a te stesso, e quando.
Perfezionismo e procrastinazione: perché il perfezionista rimanda?
Il perfezionista rimanda soprattutto quando a prevalere è la paura di sbagliare. Spostare il compito, infatti, toglie subito la sensazione di disagio, mentre le conseguenze arrivano dopo. Lo indica la meta-analisi di Fuschia Sirois e colleghi vista all'inizio, che ha trovato più rinvio proprio in chi teme di più l'errore [4].
Si tratta, però, di tendenze medie, che valgono sui grandi numeri. Mostrano un legame, senza dire che sia effettivamente la paura a causare il rinvio. Molte persone con tanta paura di sbagliare non rimandano più degli altri.
Per capire il meccanismo, conviene guardare cosa rappresenta quel compito per chi lo vive. Per un perfezionista, anche la lettera di presentazione da inviare diventa una prova del proprio valore. Finché resta nel cassetto, nessuno può bocciarla, e la paura di non essere all'altezza resta lontana. Inviarla, invece, significa esporsi al rischio di un rifiuto.
Ogni volta che apri quel file senti un nodo allo stomaco, e chiuderlo lo scioglie in un attimo. Poi la sera il pensiero torna, e con lui il senso di colpa. Il giorno dopo la lettera pesa ancora di più.
Nella nostra lettura, è qui che il cerchio si chiude: più rimandi, più il compito diventa importante, e più fa paura sbagliare.

Per uscirne, la strada che proponiamo passa dalla gestione delle emozioni. Restare qualche minuto in più in quel disagio, senza scappare, è una capacità che si allena gradualmente, nel tempo. E più il primo passo è piccolo, meno disagio c'è da attraversare.
Per questo il perfezionismo, a volte, si trasforma anche in una forma di autosabotaggio, il meccanismo con cui il cervello ti riporta dove eri. Si presenta come serietà, e risulta più difficile da riconoscere.
Il pensiero «tutto o niente»: perché metà lavoro ti sembra uguale a zero
Il pensiero «tutto o niente» è l'abitudine di vedere solo due possibilità: perfetto o fallito. In psicologia si chiama pensiero dicotomico, da una parola greca che significa «tagliato in due». Per chi ragiona così, una lettera riuscita all'ottanta per cento vale quanto una lettera mai scritta.
Nel 2007 la psicologa Sarah Egan e i suoi colleghi, in Australia, hanno studiato questo modo di pensare in circa 250 persone [5]. Hanno visto che il «tutto o niente» va di pari passo proprio con la paura di sbagliare, la parte del perfezionismo che le ricerche collegano di più al rinvio. Lo studio mostra un legame, senza dire quale delle due cose venga prima.
Come si passa dal «tutto o niente» al rimandare? Facciamo un esempio. Devi preparare una relazione importante e oggi hai mezz'ora libera. Per chi ragiona per «tutto o niente», mezz'ora non basta per farla bene, quindi non ha senso nemmeno cominciare.
Meglio aspettare un pomeriggio intero, o una settimana più tranquilla, quando ci sarà il tempo di farla perfetta. Ma quel pomeriggio non arriva quasi mai, e intanto le mezz'ore libere passano una dopo l'altra. Eppure mezz'ora al giorno, per una settimana, avrebbe già fatto buona parte del lavoro.
Lo stesso succede con le decisioni importanti. Se cerchi la scelta perfetta, ogni alternativa ha un difetto, e così resti fermo dove sei.
Forse ti è capitato con la palestra. Ti iscrivi a gennaio e decidi di andarci quattro volte a settimana. La seconda settimana salti un giorno, poi due, e a quel punto ti sembra inutile tornarci: ormai il programma è saltato. Il mese finisce con zero allenamenti, quando due sarebbero stati molto più di niente.
Il pensiero «tutto o niente» vede una scala con due soli gradini: quello da cui parti e quello in cima. Tutto quello che sta in mezzo sembra non contare. Eppure è proprio lì, gradino dopo gradino, che si sale. Ogni cosa fatta a metà ti porta un gradino più in alto di dove eri.
Chi pensa per «tutto o niente», di solito, ha anche un pregio: quando si mette in gioco, dà tutto. È una capacità di impegnarsi fino in fondo che vale la pena tenere. Quello che si può cambiare è l'abitudine di vedere solo i due estremi, perché è un'abitudine mentale, e come ogni abitudine si allena.
La strada che proponiamo è semplice: porta a termine qualcosa di abbastanza buono, anche piccolo, e lascialo andare. Ogni volta che lo fai, alleni la testa a vedere i gradini che stanno in mezzo, il percorso tra dove sei oggi e dove potresti essere domani.
Come smettere di essere perfezionisti?
Per smettere di essere perfezionisti puoi tenere i tuoi standard alti e allenare, con costanza, la capacità di cominciare anche quando le cose non sono perfette. Le ricerche mostrano che il perfezionismo si può ridurre, e che il cambiamento può durare nel tempo.
Nel 2024 un gruppo guidato dallo psicologo Alexander Rozental, dell'Università di Uppsala, in Svezia, ha seguito 138 persone che volevano lavorare sul proprio perfezionismo [6]. Per otto settimane ciascuna ha seguito uno di due percorsi online, con uno psicoterapeuta a cui scrivere quando ne aveva bisogno.
Alla fine il perfezionismo si era ridotto molto in entrambi i gruppi, e il miglioramento c'era ancora un anno dopo. Insieme al perfezionismo era calata anche la tendenza a rimandare.
Lo studio confrontava due percorsi tra loro, senza un gruppo che non facesse nulla, e nessuno dei due era una meditazione. Ci dice però una cosa preziosa: il perfezionismo si può cambiare, e quel cambiamento può restare.
È una buona notizia, soprattutto per chi è perfezionista. La cura che metti nelle cose e l'attenzione ai dettagli restano tue. Cambia l'uso che ne fai: da freno che ti tiene fermo a spinta che ti aiuta a decidere e a muoverti.
Nella nostra lettura, funziona come un allenamento. Nessuno diventa più forte guardando un video di esercizi: ci si rafforza ripetendo, un po' alla volta, anche nei giorni in cui non se ne ha voglia. Con il perfezionismo è lo stesso: serve fare, più volte, cose non perfette, e accorgersi che quello che temevi non succede.
Ogni volta che mandi una mail senza rileggerla per la quarta volta, alleni due capacità insieme. La prima è decidere: scegliere e andare avanti, senza aspettare la certezza. La seconda è gestire le emozioni: restare qualche minuto nel disagio, senza scappare.
Il rischio, quando decidi di cambiare, è ricadere nello stesso schema: un programma ambizioso, un'ora al giorno, tutto e subito. Come con la palestra di gennaio, basta un giorno saltato perché sembri la prova che non funziona.
È da questa osservazione che nasce La Regola degli 8 Minuti, la pratica che abbiamo sviluppato all'interno del Metodo Incima. L'idea di partenza è semplice: per essere costanti conta abbassare il prezzo della pratica, più che alzare la forza di volontà.
Il prezzo è tutto quello che una pratica ti chiede: i minuti da trovare, la fatica di cominciare, la voglia di farla quando sei stanco. Per chi è perfezionista c'è una voce in più, il bisogno di farla bene. Per questo la Regola chiede otto minuti, due volte al giorno: a costruire l'abitudine è la ripetizione, non la durata.
Uno al risveglio e uno subito dopo pranzo. Se dopo pranzo non ci riesci, il secondo va la sera prima di dormire. Non sono orari: sono gesti che fai già, ed è il gesto a ricordartelo.
Non c'è un modo giusto di farla. Scegli il tema su cui lavorare, per esempio smettere di rimandare, e una voce ti accompagna: non devi immaginare niente. Se la mente scappa venti volte e venti volte la riporti, hai fatto venti ripetizioni, ed è quello l'esercizio.
Ogni ripetizione rafforza un modello mentale nuovo, cioè una risposta che la testa impara a dare in automatico. Per il perfezionista, la risposta vecchia è rileggere ancora una volta. Quella nuova è cominciare senza aspettare di sentirsi pronti.
La durata viene da un'osservazione: in vent'anni, su circa venticinquemila persone, otto minuti sono quelli che abbiamo visto rispettare anche nelle giornate peggiori. È un dato che viene dalla nostra esperienza, e nessuno studio lo ha ancora misurato. Otto sono meglio di venti, perché otto li fai e venti non li fai.
Se una delle due salta, non recuperarla e non raddoppiare: raddoppiare alza il prezzo proprio quando stai ripartendo. Riprendi dalla successiva. Per chi ragiona per «tutto o niente», è già un allenamento ad accettare l'«abbastanza».
Otto minuti contro un'abitudine che ti porti dietro da anni possono sembrare pochi. Non cancellano il perfezionismo, e ci saranno giorni in cui li salterai. Allenano però un gesto preciso: cominciare senza aspettare di sentirti pronto.
Una sera, qualche settimana dopo, riapri il file della lettera. Di solito cambieresti un aggettivo e chiuderesti tutto. Questa volta la rileggi una volta, correggi un refuso e la mandi così com'è, alla versione sette. Non sai come andrà, ma quella notte la voce severa ha molto meno da dire del solito.
Domande frequenti
Cosa c'è dietro il perfezionismo?
Dietro il perfezionismo c'è il desiderio di fare bene, spesso insieme alla paura di sbagliare, al timore del giudizio e a un'autocritica severa. Nel 1991 gli psicologi Paul Hewitt e Gordon Flett descrivevano una forma di perfezionismo legata alla sensazione che gli altri pretendano la perfezione. Così può nascere il bisogno di sentirsi al riparo dal giudizio.
Perché il perfezionismo fa rimandare?
Perché rimandare toglie subito il disagio di un compito che mette paura. Secondo Fuschia Sirois e Timothy Pychyl (2013), che studiano il rinvio in generale, rimandare serve a sistemare l'umore nel breve periodo. Una meta-analisi del 2017 di Sirois, Molnar e Hirsch ha trovato più rinvio in chi ha molte preoccupazioni perfezioniste, meno in chi punta in alto.
Il perfezionismo è un difetto o una qualità?
Dipende da quale parte prevale. Nella revisione di Joachim Stoeber e Kathleen Otto del 2006, puntare a standard alti si accompagnava spesso a caratteristiche positive. Valeva se la persona non era troppo preoccupata degli errori e del giudizio altrui. Diventa un problema quando ogni imperfezione sembra una prova del proprio poco valore e blocca le decisioni.
Il perfezionismo si può cambiare davvero?
Si, il perfezionismo si può ridurre, e il cambiamento può durare. In uno studio randomizzato del 2024, Alexander Rozental e colleghi hanno seguito per otto settimane 138 persone, divise in due percorsi online. In entrambi i gruppi il perfezionismo si è ridotto molto, insieme alla tendenza a rimandare, e i risultati c'erano ancora un anno dopo.
Scritto da Cristina Bari e Dario Perlangeli, autori della Regola degli 8 Minuti. · Chi siamo
Fonti
- Stoeber, J., Otto, K. (2006). Positive conceptions of perfectionism: approaches, evidence, challenges. Personality and Social Psychology Review. https://doi.org/10.1207/s15327957pspr1004_2
- Hewitt, P. L., Flett, G. L. (1991). Perfectionism in the self and social contexts. Journal of Personality and Social Psychology. https://doi.org/10.1037/0022-3514.60.3.456
- Dunkley, D. M., Zuroff, D. C., Blankstein, K. R. (2003). Self-critical perfectionism and daily affect. Journal of Personality and Social Psychology. https://doi.org/10.1037/0022-3514.84.1.234
- Sirois, F. M., Molnar, D. S., Hirsch, J. K. (2017). A meta-analytic and conceptual update on the associations between procrastination and multidimensional perfectionism. European Journal of Personality. https://doi.org/10.1002/per.2098
- Egan, S. J., Piek, J. P., Dyck, M. J., Rees, C. S. (2007). The role of dichotomous thinking and rigidity in perfectionism. Behaviour Research and Therapy. https://doi.org/10.1016/j.brat.2007.02.002
- Rozental, A., e colleghi (2024). Treating perfectionism via the Internet: a randomized controlled trial comparing cognitive behavior therapy to unified protocol. Cognitive Behaviour Therapy. https://doi.org/10.1080/16506073.2024.2327339
- Sirois, F. M., Pychyl, T. A. (2013). Procrastination and the priority of short-term mood regulation. Social and Personality Psychology Compass. https://doi.org/10.1111/spc3.12011
