← BlogCome funziona la mente

Bias di conferma: quando si manifesta, e cosa puoi farci

2 ottobre 2026 · 14 min di lettura

Bias di conferma: una donna al tavolo di cucina scrive dei numeri su un quaderno, pensierosa

Perché il bias di conferma ti fa trovare solo le prove che ti danno ragione, e come accorgertene.

Quando si manifesta il bias di conferma? Ogni volta che hai già un'idea su qualcuno o su qualcosa e, senza accorgertene, cominci a raccogliere soprattutto le prove che le danno ragione. Il bias di conferma è proprio questo: la tendenza a cercare, notare e ricordare ciò che conferma quello che pensi già. Succede a chiunque, ed è più forte con le idee a cui tieni di più.

Cos'è il bias di conferma? Il gioco dei tre numeri

Il bias di conferma è la tendenza a cercare, notare e ricordare soprattutto le prove che danno ragione a quello che pensi già. Il modo più rapido per vederlo all'opera è un gioco di sessant'anni fa, e si fa in un minuto.

Ecco tre numeri: 2, 4, 6. Seguono una regola, e il tuo compito è scoprirla. Puoi proporre altri gruppi di tre numeri, che d'ora in poi chiameremo terne, e per ognuna ti viene detto soltanto se rispetta la regola oppure no.

Prima di leggere oltre, scegli la regola più probabile e tre terne per verificarla.

Fatto? Probabilmente hai pensato a «numeri pari che crescono di due» e hai proposto 8, 10, 12 oppure 20, 22, 24. Sì, sì e sì: e saresti andato avanti convinto di avere capito.

La regola era un'altra: tre numeri qualsiasi, in ordine crescente. Andavano bene anche 1, 2, 3 o 5, 17, 300.

Questo gioco ha una storia, ed è diventato famoso come «compito 2-4-6». Nel 1960 lo propose Peter Wason, uno psicologo dell'University College di Londra, a 29 studenti universitari di psicologia.1 A ognuno veniva chiesto di scoprire la regola con il minor numero possibile di terne, e di annunciarla solo quando si sentiva sicuro. Non prima.

Com'è andata? Solo sei studenti su ventinove la annunciarono giusta al primo colpo, senza averne prima detta una sbagliata. Tredici ne annunciarono prima una sbagliata, nove ne sbagliarono due o più, uno non arrivò a nessuna risposta. E la maggior parte fece quello che probabilmente hai fatto tu: provava terne che davano ragione alla propria idea, quasi mai una che potesse smentirla.

Era un gioco con i numeri, fatto in un'aula: da solo non dice quanto spesso facciamo lo stesso con le persone.

Dove stava l'errore? Tutte le terne che hai proposto andavano d'accordo con la tua idea, quindi ricevevano un sì. Quei sì però sarebbero arrivati anche con un'idea sbagliata, come infatti era.

Per accorgertene bastava provare una terna che la tua idea escludeva, per esempio 3, 7, 20. Se la tua idea fosse stata giusta, la risposta sarebbe stata no. Invece sarebbe stata sì, e avresti capito subito di esserti sbagliato. Con le persone, quella terna ha una forma molto semplice: una domanda fatta, al posto di una conclusione tratta.

Quasi nessuno la fa. Con i numeri costa poco, con le persone di più.

Il bias di conferma si manifesta quando…

Il bias di conferma si manifesta quando cerchiamo, notiamo e ricordiamo soprattutto le informazioni che confermano quello che già pensiamo, e diamo meno peso a quelle che lo contraddicono.

Si vede bene nelle idee che ci facciamo delle persone a cui vogliamo bene. Mandi un messaggio lungo a un'amica. Le racconti una cosa che ti sta a cuore, ci metti dieci minuti a trovare le parole giuste. Dopo un'ora arriva la risposta: «Ok.» Con il punto.

Lo rileggi. Forse si è stancata di sentirti parlare sempre delle stesse cose. In serata vedi che ha pubblicato una storia, quindi il telefono in mano ce l'aveva. Ti torna in mente il caffè rimandato la settimana scorsa, e anche quel Natale un po' sbrigativo. A mezzanotte hai un'idea precisa, e anche le prove.

La mattina dopo arriva un vocale di quattro minuti. Era alla guida, ti ha risposto a un semaforo, e la sera è crollata. Ti chiede scusa per quel messaggio secco e vuole sapere tutto.

Non avevi inventato niente: tra tante cose vere, hai scelto quelle che davano ragione al tuo primo pensiero. Come le terne 8, 10, 12, confermavano e quindi insegnavano poco.

La volta dopo, quando arriva un altro «Ok.» secco, te ne accorgi mentre l'idea si sta formando. Prima di rileggere i vecchi messaggi, le scrivi: «Tutto bene?». Lei risponde subito, con una foto del traffico e un cuore. Dieci secondi, e la serata resta tua. La mattina dopo non hai niente da farti perdonare.

Raymond Nickerson, psicologo della Tufts University, ha dedicato al tema un lungo articolo nel 1998.2 La prima riga del suo testo dice: «Se si dovesse provare a individuare un solo aspetto problematico del ragionamento umano che merita attenzione più di ogni altro, il bias di conferma sarebbe fra i candidati da prendere in considerazione». E lo ritrova ovunque: nella scienza, in medicina, nei tribunali.

È un lavoro di raccolta di ricerche altrui: mostra quanto il bias sia diffuso, e quanto pesi lo misurano gli esperimenti.

Davanti alle proprie idee, la mente si comporta più da avvocato che da giudice: ha già un cliente, e cerca le prove che gli danno ragione. Quella sera il cliente era il pensiero «si è stancata di me». E l'avvocato ha raccolto solo le prove dell'accusa, trascurando quelle della difesa, come le volte in cui era stata lei a chiamarti per prima.

Nell'articolo sulla cecità da disattenzione, quello del gorilla invisibile, abbiamo visto che l'attenzione lascia passare più facilmente ciò che somiglia a quello che si aspetta. Il bias di conferma spiega perché, una volta formata, quell'aspettativa si mantiene da sola. È uno dei bias cognitivi, cioè delle scorciatoie con cui la mente decide in fretta e a volte sbaglia strada.

Bias di conferma: tre esempi di come si manifesta

La rassegna di Nickerson raccoglie prove su tutte e tre le cose: che cerchiamo in modo sbilanciato, che interpretiamo a nostro favore, e che ricordiamo meglio ciò che conferma.2 Dividerlo in tre momenti è il nostro modo di raccontarlo: quando cerchiamo le informazioni, quando le interpretiamo e quando le ricordiamo. Qui c'è un esempio di bias di conferma per ciascuno, preso dalla vita di famiglia.

Quando cerchiamo le prove: perché noti solo i difetti del ragazzo di tua figlia

Quando cerchiamo, il bias di conferma sceglie le prove per noi: l'idea che ci siamo fatti decide quali fatti noteremo, e quali ci passeranno davanti senza fermarci.

La prima volta che tua figlia lo porta a cena, lui tiene il telefono sul tavolo tutto il tempo. Da lì nasce un'idea: è uno superficiale. E l'idea comincia a scegliere le prove: arriva sempre un po' in ritardo, parla poco, sul lavoro risponde a monosillabi.

Sono tutte cose vere. Però ti sfugge che a fine cena ha sparecchiato senza che nessuno glielo chiedesse, e che quando tua figlia parla lui la guarda come se fosse l'unica persona nella stanza.

Una domenica, invece di guardare il telefono sul tavolo, guardi lui. Lo vedi aiutare tuo padre a scendere le scale, senza che nessuno glielo chieda. Resta un ragazzo che parla poco. Però l'idea che avevi di lui, per la prima volta, ha una crepa. E quando tua figlia ti chiede «allora, come ti sembra?», le rispondi con una frase intera, invece che con un'alzata di spalle.

Quando interpretiamo: perché la stessa frase cambia secondo chi la dice

Quando interpretiamo, le stesse parole cambiano senso secondo chi le dice: l'idea che abbiamo già su una persona decide se in una frase sentiamo curiosità o giudizio.

«Hai cambiato di nuovo lavoro?» Se te lo chiede un'amica a cui vuoi bene, senti curiosità. Se te lo chiede tuo cognato, quello che ha sempre qualcosa da ridire, senti il giudizio. Le parole sono identiche: cambia l'idea che avevi già su chi le dice.

Nel 1979, a Stanford, gli psicologi Charles Lord, Lee Ross e Mark Lepper lo hanno osservato in laboratorio.3 Fecero leggere a 48 studenti con un'opinione forte sulla pena di morte, metà favorevoli e metà contrari, due ricerche scritte apposta: una a favore, l'altra contro.

Ognuno trovò più solida quella che gli dava ragione, e scovò difetti di metodo nell'altra. Gli psicologi lo chiamano assimilazione distorta: le stesse prove lette in due modi opposti. Erano studenti alle prese con testi su un tema politico, quindi lo studio dice poco su come trattiamo le persone di casa. Il meccanismo, però, è lo stesso che scatta con la frase di tuo cognato.

La volta dopo che te lo chiede, provi a rispondere come risponderesti alla tua amica: racconti com'è il lavoro nuovo. Lui ascolta e fa due domande. Magari il giudizio c'era, magari no. Quella sera, però, la cena è andata meglio del solito, e tornando a casa non hai dovuto sbollire niente.

Quando ricordiamo: perché la memoria ti dà ragione su tuo fratello

Se sei convinto che tuo fratello pensi solo a sé, la memoria ti dà ragione con una facilità sorprendente. Ricordi il compleanno che ha dimenticato e la volta in cui non ha risposto al telefono.

Ti ricordi meno il sabato in cui è arrivato all'alba con il furgone per il tuo trasloco. È successo, ma non confermava niente, e così è rimasto in un angolo.

Una sera, al telefono con lui, ti torna in mente il furgone. Glielo dici: «Ti ricordi il trasloco?». Ride, e la telefonata dura il doppio del solito. L'idea che pensi solo a sé è ancora lì. Accanto, però, adesso c'è un ricordo che la contraddice. E la prossima volta che dimentica un compleanno, avrai due ricordi da mettere a confronto, invece di uno.

Perché il cervello cade nel bias di conferma?

Il cervello cade nel bias di conferma perché, il più delle volte, cercare conferme funziona e fa risparmiare fatica. Se ogni mattina dovessi decidere di nuovo se fidarti di tuo fratello, di tua figlia o del tuo capo, non arriveresti a pranzo.

Cercare conferme, infatti, è spesso una strategia sensata. Lo hanno mostrato nel 1987 due psicologi, Joshua Klayman e Young-Won Ha, con un'analisi sulla carta, senza fare esperimenti nuovi.4 Pensa alla pizzeria sotto casa: ci torni perché ti piace, e se un giorno la pizza peggiora te ne accorgi alla prima sera. Ti sei fidato della tua idea, hai risparmiato fatica, e l'errore, quando è arrivato, si è fatto vedere da solo.

Il problema nasce quando l'errore non si fa vedere da solo. È quello che succedeva nel gioco dei tre numeri: la tua idea era sbagliata, ma ogni terna che provavi prendeva comunque un sì, e niente ti avvisava. Con le idee sulle persone, per quello che vediamo, succede spesso, perché raramente qualcuno ci dice «guarda che ti sbagli». La prova contraria, lì, va cercata.

Per questo la mossa utile è riconoscere quei momenti: davanti a un'idea a cui tieni, andare ogni tanto a cercare l'esempio che la smentirebbe. È la terna 3, 7, 20, portata nella vita di tutti i giorni.

Resta però una domanda più personale. Quando un'idea ci sta a cuore, cerchiamo le conferme perché ci servono, o perché avere ragione ci fa stare bene? Se lo sono chiesto William Hart, Dolores Albarracín, Alice Eagly e colleghi. Nel 2009 hanno messo insieme 91 studi, con circa 8.000 persone in tutto.5 Lo schema era quasi sempre lo stesso: si chiedeva alle persone cosa pensassero su un tema, poi si offrivano articoli a favore e contro, e si guardava verso quali andavano — in due casi su tre scegliendoli davvero, negli altri dicendo quali avrebbero preferito.

Le persone andavano più spesso verso quelli che davano loro ragione, e la spinta era più forte quando l'opinione era di quelle a cui si tiene. Gli autori la misurano con l'indice che serve a dire quanto è grande un effetto, il d di Cohen, e viene 0,36: un valore che loro stessi definiscono «moderato». La spinta verso le conferme c'è, ma da sola non decide. Va detto che in più di otto gruppi su dieci i partecipanti erano studenti universitari, quasi sempre negli Stati Uniti, in Canada o in Germania, e sceglievano in laboratorio. Lo studio dice molto su cosa scegliamo di leggere, meno su come interpretiamo o ricordiamo.

Gli stessi studi mostrano anche quando la tendenza si rovescia: se l'articolo scomodo serviva a qualcosa che le persone dovevano fare, andavano a cercare proprio quello. È quello che fai già quando visiti una casa da comprare, e vai a caccia di crepe e umidità perché ti preme non sbagliare l'acquisto. Detto in parole semplici: quali prove cerchiamo dipende anche dall'obiettivo che abbiamo in quel momento.

Siamo inclinati verso le nostre idee, ma un'inclinazione che vedi la puoi correggere. Prima di parlare delle vacanze con il tuo partner, ti dai un obiettivo diverso da «avere ragione»: decidere insieme entro sera. E ti ritrovi a fare domande, invece di raccogliere argomenti. Le vacanze le decidete in mezz'ora, e nessuno dei due va a letto con il muso. Le tue idee sulle vacanze sono rimaste le stesse; è cambiato quello che cercavi mentre ne parlavate. Il giorno dopo ti arriva la foto della casetta scelta insieme, con scritto: «Non vedo l'ora».

La forma che costa di più: il bias di conferma su se stessi

C'è poi un'idea su cui il bias lavora da più tempo di tutte, e riguarda te: quello che pensi di saper fare e di non saper fare.

«Sono negato per l'inglese.» Magari lo pensi dai tempi della scuola, e da allora hai raccolto parecchie prove: l'interrogazione muta, il cameriere a Londra a cui hai fatto ripetere la domanda tre volte, la videochiamata in cui sei rimasto zitto.

Funziona con le stesse tre mosse. Cerchi: prima di una telefonata, l'attenzione va alle parole che non conosci. Interpreti: se capisci una serie senza sottotitoli, era facile. Ricordi: della vacanza resta la figuraccia in farmacia, le chiacchiere con gli olandesi del tavolo accanto sbiadiscono.

In vent'anni di lavoro, su circa quindicimila persone, è la forma più ostinata del bias che abbiamo visto. E stai facendo quello che farebbe chiunque, con un'idea così vecchia e così vicina. Quando a questo meccanismo si aggiunge la paura di non meritare i propri risultati — ogni riuscita spiegata con la fortuna, mai con la propria capacità — si entra in quello che la psicologia chiama fenomeno dell'impostore. È un tema a sé, e lo trattiamo a parte.

Poi, un pomeriggio, un cliente straniero ti chiama all'improvviso. Rispondi, inciampi su due parole, e la telefonata finisce con un appuntamento fissato. Quella sera, per la prima volta, te la ricordi intera, comprese le parti andate bene. Il giorno dopo, quando c'è da richiamarlo, alzi il telefono senza rimandare.

Bias di negatività: perché una critica pesa più di un complimento

Il bias di negatività è la tendenza a dare più peso alle esperienze negative che a quelle positive di pari intensità. È uno dei motivi per cui l'idea su di sé si difende così bene.

Nel 2001 lo psicologo Roy Baumeister e tre colleghi hanno raccolto le ricerche sul tema6: le esperienze negative pesano più di quelle positive, con rarissime eccezioni, e le impressioni negative su qualcuno si formano prima e resistono di più alle smentite. Anche il loro è un lavoro di raccolta, senza nuovi esperimenti.

Lo conosci anche se non l'hai mai chiamato così. Inviti sei amici a cena, cinque ti fanno i complimenti, uno dice che la pasta era un po' scotta. Alle due di notte i complimenti sono spariti. Resta la pasta.

I due si sommano, e questa somma è un nostro ragionamento, non un effetto misurato: se l'idea su di te è negativa, ogni conferma pesa di più e ogni smentita di meno. L'idea diventa ben difesa, che è cosa diversa da vera, e un'idea ben difesa si può mettere in discussione.

Una sera, dopo una cena, ti accorgi che stai già ripassando la frase sulla pasta. Questa volta conti anche i complimenti: cinque. La pasta resta un po' scotta. Però vai a dormire ricordando anche le risate a tavola. E il mese dopo li inviti di nuovo, senza ripassare il menu tre volte.

Si può correggere il bias di conferma?

Il bias di conferma si può ridurre. Che si possa eliminare del tutto, invece, nessuna delle ricerche che citiamo lo mostra. E conviene partire da quello che funziona meno.

Il consiglio più diffuso è «sforzati di essere obiettivo». Ha un limite: il bias non si sente, perché dall'interno somiglia in tutto a ragionare bene. Gli studenti di Wason che proponevano 8, 10, 12 erano convinti di verificare la loro ipotesi con cura.

Cinque anni dopo lo studio sulla pena di morte, Charles Lord e Mark Lepper, con Elizabeth Preston, hanno cercato un modo per correggere questo errore.7 In due esperimenti — uno di nuovo sulla pena di morte, l'altro sui giudizi che ci facciamo del carattere di una persona — a un gruppo hanno dato il consiglio più classico: sii il più possibile equilibrato e imparziale. A un altro hanno chiesto una cosa più concreta: prima di giudicare, chiediti che cosa penseresti se gli stessi dati avessero dato il risultato opposto.

Il secondo invito ha funzionato meglio del primo: chi si era fatto quella domanda giudicava le prove in modo meno sbilanciato. Erano esperimenti di laboratorio, con materiali preparati dai ricercatori, e non dicono se l'effetto duri nel tempo.

Prova a immaginare quella domanda con tuo cognato. La prossima volta che ti chiede del lavoro, prima di rispondere ti chiedi: e se fosse solo curiosità? La risposta ti esce più lunga e più tranquilla, e lui, per una volta, ti ascolta fino in fondo. A fine pranzo è lui a chiederti un consiglio sul suo, di lavoro.

Cosa c'entra il bias di conferma con la costanza?

Il bias di conferma c'entra con la costanza perché una delle idee più difese su di sé è «non sono una persona costante», e il bias la nutre ogni settimana: il corso di inglese ricominciato tre volte, le camminate al mattino durate dieci giorni, il quaderno con le prime pagine scritte e il resto bianco. Ogni tentativo lasciato a metà diventa un'altra prova.

Quei tentativi però avevano una cosa in comune: costavano troppo. Minuti da trovare in una giornata già piena, energia per cominciare, voglia di metterti lì anche quando sei stanco. È la tesi del nostro libro: la costanza si ottiene abbassando il prezzo della pratica, più che aumentando la volontà. Quando il prezzo scende abbastanza da poterlo pagare anche nella giornata peggiore, le prove cominciano ad arrivare dall'altra parte. È la scommessa su cui abbiamo costruito la Regola, e viene da quello che vediamo, non da uno studio.

Una sera ti rendi conto che anche oggi, in una giornata storta, la sessione dopo pranzo l'hai fatta. Poco dopo tua sorella ti dice, ridendo, «tu che molli sempre tutto». Per la prima volta, una prova contraria ti viene in mente da sola, e le rispondi con un sorriso invece che con una scusa.

E una mattina in cui un imprevisto ti fa saltare la sessione, ti accorgi che non hai pensato «ecco, lo sapevo». Hai pensato: la faccio dopo pranzo.

A volte il primo segnale è ancora più piccolo. Stai per dire a qualcuno «io sono fatto così», e ti fermi a metà frase, perché ti viene in mente una prova del contrario. La frase che dici al suo posto è un'altra, e suona più vera.

La Regola degli 8 Minuti è una pratica guidata di otto minuti, da svolgere due volte al giorno, sviluppata da Cristina Bari e Dario Perlangeli all'interno del Metodo Incima. Lavora su come pensi, come agisci e come stai con gli altri.

Si fa due volte al giorno, perché a costruire l'abitudine, e con lei modelli mentali nuovi, cioè modi di reagire che col tempo diventano automatici, è la ripetizione. Sedici minuti di fila non li deve fare nessuno: otto, e poi otto. E non è questione di settimane: gli studi che l'hanno misurato parlano di mesi, come raccontiamo nell'articolo sui ventuno giorni. Le quattro fasi di ogni sessione, e cosa si fa dentro gli otto minuti, le racconta Cos'è la Regola degli 8 Minuti.

C'è poi un momento preciso in cui di solito si molla, ed è lì che l'idea «non sono costante» trova la sua prova nuova. Per quel momento c'è un tutor: una persona a cui puoi scrivere mentre leggi e pratichi, e che risponde entro 24 ore a chi scrive dal libro.

Dentro ogni sessione c'è anche il tuo nome: in una stanza piena di voci non distingui una parola dei tavoli vicini, ma se qualcuno dice il tuo nome ti giri prima di deciderlo. È un effetto misurato in laboratorio fin dagli anni Cinquanta, e lo raccontiamo nell'articolo sulla cecità da disattenzione. La pratica lascia il bias di conferma al suo posto, e chi promette di cancellarlo sta vendendo qualcosa. Quello che cambia è dove l'attenzione va a cercare. Il collegamento con la ricerca di Hart è un nostro ragionamento: se la ricerca delle prove si sposta quando cambia l'obiettivo, ha senso dare all'attenzione, a ogni sessione, un obiettivo scelto da te.

Come un'idea su di te finisca per raccogliere prove da una parte sola lo raccontiamo nel capitolo «Il metro quadro» di La Regola degli 8 Minuti.

Domande frequenti

Si può ridurre. Nessuna delle ricerche che citiamo mostra come eliminarlo del tutto. In due esperimenti del 1984, Lord, Lepper e Preston hanno visto che chiedersi «e se fosse il contrario?» correggeva il giudizio più dell'invito a essere imparziali. In pratica: cerca tre fatti che smentirebbero la tua idea. L'effetto è stato misurato solo in laboratorio.

Il pregiudizio è un'idea già formata su qualcuno o qualcosa, spesso prima di conoscerlo davvero. Il bias di conferma è il meccanismo che la tiene in vita: ti fa notare e ricordare le prove a favore, e lascia in ombra quelle contrarie. Il pregiudizio è il contenuto; il bias di conferma è il modo in cui quel contenuto si difende.

Perché, una volta che ti sei fatto un'idea su di lei, l'attenzione va a cercare le prove che la confermano. Nel 1979 Lord, Ross e Lepper hanno visto 48 studenti di Stanford giudicare più solide le ricerche che davano ragione alla loro opinione. Con le persone il meccanismo è simile: prova a scrivere tre cose che quella persona ha fatto bene nell'ultimo mese.

Sì, e per quello che vediamo nel nostro lavoro è la sua forma più ostinata. Se sei convinto di non essere capace in qualcosa, trovi facilmente le prove, perché le stai già cercando: ogni errore diventa una conferma, ogni riuscita un caso fortunato. È lo stesso meccanismo che usi con le idee sugli altri, applicato a te.

Scritto da Cristina Bari e Dario Perlangeli, autori della Regola degli 8 Minuti · Chi siamo

Note e fonti

  1. Wason, P. C. (1960). On the failure to eliminate hypotheses in a conceptual task. Quarterly Journal of Experimental Psychology, 12(3), 129-140. https://doi.org/10.1080/17470216008416717
  2. Nickerson, R. S. (1998). Confirmation bias: A ubiquitous phenomenon in many guises. Review of General Psychology, 2(2), 175-220. https://doi.org/10.1037/1089-2680.2.2.175
  3. Lord, C. G., Ross, L., & Lepper, M. R. (1979). Biased assimilation and attitude polarization: The effects of prior theories on subsequently considered evidence. Journal of Personality and Social Psychology, 37(11), 2098-2109. https://doi.org/10.1037/0022-3514.37.11.2098
  4. Klayman, J., & Ha, Y.-W. (1987). Confirmation, disconfirmation, and information in hypothesis testing. Psychological Review, 94(2), 211-228. https://doi.org/10.1037/0033-295X.94.2.211
  5. Hart, W., Albarracín, D., Eagly, A. H., Brechan, I., Lindberg, M. J., & Merrill, L. (2009). Feeling validated versus being correct: A meta-analysis of selective exposure to information. Psychological Bulletin, 135(4), 555-588. https://doi.org/10.1037/a0015701
  6. Baumeister, R. F., Bratslavsky, E., Finkenauer, C., & Vohs, K. D. (2001). Bad is stronger than good. Review of General Psychology, 5(4), 323-370. https://doi.org/10.1037/1089-2680.5.4.323
  7. Lord, C. G., Lepper, M. R., & Preston, E. (1984). Considering the opposite: A corrective strategy for social judgment. Journal of Personality and Social Psychology, 47(6), 1231-1243. https://doi.org/10.1037/0022-3514.47.6.1231